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Le buone ragioni della condivisione di Ugo Mattei

Far rie­mer­gere il «comune» dalla dop­pia dam­na­tio memo­riae della sto­ria è ope­ra­zione cul­tu­rale e poli­tica di grande rile­vanza e forte poten­ziale tra­sfor­ma­tivo. I com­mons sono stati schiac­ciati all’epoca delle enclo­su­rese dell’accumulazione pri­mi­tiva dalla grande tena­glia della moder­nità giu­ri­dica e poli­tica. La sto­ria, scritta dai vin­ci­tori, li ha resi oggetto di dileg­gio, tac­cian­doli di nostal­gia, di oscu­ran­ti­smo di inca­pa­cità di inno­va­zione. La stessa locu­zione «luogo comune» indica bana­lità e ripe­ti­ti­vità. Il comu­ni­smo mai rea­liz­zato ma solo pro­messo dall’esperienza socia­li­sta di Stato ha dato il colpo di gra­zia al pre­sti­gio del comune. Il sag­gio «La tra­ge­dia dei beni comuni» del bio­logo Gar­rett Har­din non ha fatto che radi­care sem­pre più l’idea, pre­sente fin dai tempi delle cri­ti­che di Ari­sto­tele a Pla­tone, secondo la quale ciò che è gestito in comune non può che essere gestito male. La grande crisi eco­lo­gica in cui il mondo è caduto ha ridato dignità ai beni comuni anche in Occi­dente e ha messo al cen­tro della scena un grande pro­getto di rico­stru­zione di isti­tu­zioni capaci di costruire dal basso un mondo che sia dav­vero un «luogo comune».

Comu­nità ibride

La par­tita aperta ora è quella di met­tere a sistema la tan­tis­sime espe­rienze di comu­nità che si rico­no­scono con­sa­pe­vol­mente o meno nel cam­mino «beni­co­mu­ni­sta». Sono oggi in campo pra­ti­che col­let­tive assai nume­rose che pur nella loro grande diver­sità attuano in tutto o in parte una visione di comu­nità aperta capace di sod­di­sfare biso­gni reali di con­di­vi­sione, socia­liz­za­zione e spi­ri­tua­lità. Le comu­nità in lotta per i beni comuni sono carat­te­riz­zate da alcuni tratti. Esse non sono coe­renti né col prin­ci­pio di ter­ri­to­ria­lità (una forte espe­rienza poli­tica ter­ri­to­riale si ha tut­ta­via in Val Susa) né sono mera­mente comu­nità di pro­du­zione spe­cia­li­stica, come le cor­po­ra­zioni medie­vali. Esse sono ibride nella strut­tura, spesso gene­ra­li­ste negli inte­ressi, e quasi sem­pre al loro interno i com­piti sono distri­buiti in modo inter­scam­bia­bile. Cia­scuna di esse appro­fon­di­sce cono­scenze e vanta com­pe­tenze tec­ni­che tra­du­ci­bili in piat­ta­forme poli­ti­che. Chi soli­da­rizza coi migranti pro­duce una poli­tica estera; chi lotta con­tro le «grandi opere» svi­luppa una poli­tica dei lavori pub­blici e dei tra­sporti; chi pra­tica lo scam­bio soli­dale svi­luppa una visione di poli­tica com­mer­ciale; chi occupa tea­tri ela­bora una poli­tica per i beni culturali.cittadinanza attiva3

La pra­tica del consenso

Varia il tasso di poli­ti­ciz­za­zione e di sog­get­ti­vità con­sa­pe­vole, non­ché il rap­porto con le isti­tu­zioni costi­tuite. Tut­ta­via que­ste comu­nità con­di­vi­dono e nego­ziano con­ti­nua­mente i pro­pri fini attra­verso pra­ti­che di demo­cra­zia par­te­ci­pa­tiva pro­fon­da­mente egua­li­ta­rie. La demo­cra­zia diretta e par­te­ci­pata che esse svi­lup­pano, a dif­fe­renza dei diversi modelli di rap­pre­sen­tanza, non con­di­vide il feti­ci­smo della mag­gio­ranza né il culto della meri­to­cra­zia, intesa come pro­cesso vir­tuoso di sele­zione del lea­der più cari­sma­tico. Le pra­ti­che poli­ti­che «beni­co­mu­ni­ste» mirano al con­senso una­nime o quasi una­nime nelle scelte fon­da­men­tali che sono sem­pre genui­na­mente col­let­tive, ma lasciano al con­tempo spa­zio a ogni sog­get­ti­vità e sen­si­bi­lità, tal­volta anche idio­sin­cra­tica, di inter­pre­tare in auto­no­mia il senso pro­fondo con­di­viso dell’esperienza «beni­co­mu­ni­sta». Esse inol­tre assu­mono forme orga­niz­za­tive, for­mali o infor­mali, che valo­riz­zano la pre­senza, lo scam­bio con­ti­nuo, la con­di­vi­sione del pro­getto di vita, sia che esso possa essere effet­ti­va­mente con­dotto assieme (per esem­pio nelle occu­pa­zioni di spazi abi­ta­tivi) che nelle ipo­tesi in cui cia­scun «comu­nardo» man­tenga pro­pri legami ed un pro­prio lavoro. Nella poli­tica di comu­nità poi, a dif­fe­renza che nelle orga­niz­za­zioni buro­cra­ti­che pub­bli­che o pri­vate, i sin­goli non sono con­fusa con lo spe­ci­fico ruolo che svol­gono, ma sono con­si­de­rati per la loro singolarità.

Certo, le capa­cità pro­fes­sio­nali spesso sono utili e valo­riz­zate, tut­ta­via mai esse creano nella fisio­lo­gia della comu­nità, con­di­zioni gerar­chi­che, per­ché l’esperienza del comune è il miglior vac­cino con­tro la domi­na­zione. Ovvia­mente la pato­lo­gia può sem­pre insor­gere, ma nor­mal­mente l’esito è la deca­denza e l’irrilevanza poli­tica dell’esperienza comu­ni­ta­ria che si «ammala» di lea­de­ri­smo o di auto-referenzialità. Le espe­rienze di comu­nità in lotta non sono mai chiuse. A dif­fe­renza delle orga­niz­za­zioni poli­ti­che di par­tito che «com­pe­tono» per il potere esse non sono mai ecces­si­va­mente iden­ti­ta­rie per­ché il «beni­co­mu­ni­smo», non è espe­rienza di par­tito, non com­pete con­tro altri gruppi, cer­cando sem­mai di con­ta­mi­narne le pra­ti­che e può vin­cere sol­tanto se dal basso, tutti insieme, si vince. Una parte dello sforzo di quanti fanno comune è dedi­cato pro­prio al col­le­ga­mento con altre realtà di cui con­di­vi­dono gli scopi al fine di soli­da­riz­zare o di met­tere a sistema risorse o espe­rienze. Sem­pre più spesso si svi­lup­pano rap­porti inter­na­zio­nali che pos­sono per­fino pro­durre ecce­zio­nali rico­no­sci­menti di eccel­lenza, come nel caso del Tea­tro Valle pre­miato dalla Euro­pean Cul­tu­ral Foun­da­tion o del Colo­ri­fi­cio di Pisa por­tato ad esem­pio di buona pra­tica di pro­du­zione inclu­siva dal Con­si­glio d’Europa.

Ciò che ancora manca è un qua­dro di col­le­ga­mento col­let­tivo isti­tu­zio­na­liz­zato, la costru­zione reale di una «comu­nità di comu­nità» capace di ren­dere effet­ti­va­mente inci­sivo sul piano gene­rale la nuova sog­get­ti­vità poli­tica «benicomunista».

In cerca di egemonia

Occorre dun­que risol­vere il pro­blema della strut­tu­ra­zione poli­tica della «comu­nità di comu­nità». Quando le con­di­zioni sono dav­vero mature, come nella «Bar­cel­lona en comù», si sanno spe­ri­men­tare solu­zioni nuove evi­tando fughe in avanti ma anche immo­bi­li­smo e inca­pa­cità reat­tiva. Pro­ba­bil­mente anche in quest’ambito saranno espe­rienze pilota, par­ziali e prov­vi­so­rie, ad aprire la via. Che ciò sia poli­ti­ca­mente fat­ti­bile è stato dimo­strato dall’esperienza dei refe­ren­dum «beni­co­mu­ni­sti» del giu­gno 2011 che hanno saputo rag­giun­gere una mag­gio­ranza degli ita­liani attra­verso l’azione di atti­vi­sti sparsi su tutto il ter­ri­to­rio e legati fra loro uni­ca­mente da un ideale con­di­viso. Tra­durre que­sto suc­cesso di sin­gle issue poli­tics in una poten­ziale alter­na­tiva poli­tica a tutto tondo è la sfida dei pros­simi anni. Si tratta di una par­tita dif­fi­cile e com­plessa per­ché, pro­prio come la bat­ta­glia sull’acqua pub­blica, essa può vin­cersi sol­tanto con alleanze e parole d’ordine costi­tuenti, che non pos­sono essere deci­frate con gli stru­menti tra­di­zio­nali della teo­ria poli­tica e delle sue sche­ma­ti­che con­trap­po­si­zioni fra destra e sini­stra.
Se la visione del comune e le pra­ti­che che sapremo met­tere in campo sapranno con­qui­stare l’egemonia, vivremo nei pros­simi anni una entu­sia­smante fase costi­tuente di segno oppo­sto rispetto al tetro ten­ta­tivo restau­ra­tore che la poli­tica uffi­ciale chiama rifor­mi­smo. Non pos­siamo stu­pirci che con ogni mezzo, assai spesso diso­ne­sto sul piano tanto poli­tico quanto intel­let­tuale, si cer­chi di dele­git­ti­mare un cam­mino con­di­viso, one­sto e corag­gioso, quello del «beni­co­mu­ni­smo», che col­pi­sce la ren­dita in ogni sua forma. Dob­biamo valo­riz­zare le nostre buone pra­ti­che e per eser­ci­tare ege­mo­nia costi­tuente dob­biamo spe­ri­men­tare senza sosta nuovi lin­guaggi e nuove alleanze.

fonte: il Manifesto