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made in bangladesh:1200 morti.

Mi vergogno di come la stampa di casa nostra abbia ignorato quanto accaduto un paio di settimane fa in Bangladesh, dove il crollo di un edificio di otto piani ha ucciso più di milleduecento operai che ci stavano lavorando. Sto parlando delle grandi testate nazionali, Repubblica e La Stampa in testa, che ogni giorno dedicano pagine e pagine a fatti di cronaca marginali, e che in questo caso hanno scelto il silenzio. Non la bassa voce o il sussurro: proprio il silenzio.

A costo di essere pedante, credo necessario ripercorrere con un po’ di pazienza le tappe di questa vergogna, per capire quanto sia sconcertante.

Il 24 aprile scorso a Savar, 30 chilometri da Dhaka, Bangladesh, un palazzo collassa su se stesso e migliaia di uomini e donne costretti dai loro padroni ad andare a lavorare rimangono sotto le macerie. Il Rana Plaza, otto piani di cemento scadente, ospitava cinque fabbriche tessili, fornitori per grandi catene di abbigliamento occidentale, un centro commerciale e una filiale bancaria della Bangladesh Rural Advancement Committee (Brac), una delle ong più grandi al mondo.

Il 23 aprile, un giorno prima del crollo, alcuni ispettori avevano dichiarato il palazzo inagibile e pericolante, con profonde crepe ben visibili in tutti i muri. La struttura infatti era stata costruita in maniera illegale su uno stagno prosciugato in modo artificiale. La Brac, sapendo dell’inagibilità, aveva avvisato dipendenti e clienti di non andare a lavoro. Tutti gli altri proprietari avevano invece costretto il proprio personale, minacciando: “Se manchi un giorno te ne tolgo tre dalla paga”, paga fatta di 38 euro al mese.

Un primo, sommario bilancio parlava di 300 morti, ma col passare dei giorni il dramma è andato assumendo le dimensioni tragiche che oggi conosciamo, con 1200 vittime e ancora molti dispersi.

L’equivalente di tre jumbo precipitati in un colpo, suppergiù. Eppure i giornali non ne hanno parlato: per tre giorni sui maggiori quotidiani italiani non c’è stata alcuna traccia dell’accaduto. Non una parola, non un cenno. Si è dovuto attendere il 27 aprile perché la notizia comparisse, riportata tralaltro indirettamente, perché i titoli annunciavano i disordini seguiti all’incidente nelle strade del Bangladesh, e non la tragedia in sé, passata in secondo piano.

Non ci fossero state proteste degli operai locali, probabilmente non sapremmo ancora oggi dell’accaduto. Anche perché dopo quel cenno fuggevole e indiretto, i giornali sono ripiombati nel silenzio più profondo, fino all’11 maggio, quando sono tornati sull’accaduto, ma per diffondere la notizia strappalacrime della giovane superstite tratta in salvo dalle macerie dopo 17 giorni dal crollo, con un ricco corollario di confronti con altri record di sopravvivenza in analoghe catastrofi, e distrattori vari.

Il nocciolo della vicenda andava nascosto, e l’occhio sviato su fatti secondari. Perché non si doveva lasciar cadere l’attenzione sul cuore di quanto accaduto, e cioè che quel massacro ha la sua radice nella brama di ricchezza del nostro occidente malato, nella nostra caccia alle offerte stracciate di vestiario sottocosto, grazie alla quale possiamo confidare orgogliosi di aver trovato a pochi spiccioli l’ennesimo pantalone firmato, senza pensare ai nuovi schiavi che pagano il prezzo di quel risparmio sfacciato.

Quando i filmati d’epoca mostrano gli abitanti di Auschwitz nel campo di sterminio all’indomani della liberazione accanto alle cataste di cadaveri in attesa della cremazione, vien da chiedersi come potessero ignorare un simile massacro lì a un passo dalle loro case. La stessa domanda probabilmente se la porranno i nostri nipoti riguardo alla nostra cecità. Doppiamente colpevole. Perché se vogliamo, noi possiamo sapere. Basta leggere, cercare, entrare in internet.

Oppure, ancora una volta, vestire i panni dell’eterno Caino e chiedere con aria sufficiente: “Sono forse io il custode di mio fratello?” mentre ci si aggiusta la zip del pantalone sottocosto.

Gigi Garelli